Kylián, Inger, Forsythe al Teatro dell’Opera di Roma, uno spettacolo senza precedenti!

Mercoledì 21 aprile il sipario del Costanzi di Roma si è alzato su uno spettacolo straordinario: Kylián, Inger, Forsythe. Petit Mort di Jiří Kylián, Walking Mad di John Inger e Artifact Suite di William Forsythe, tre coreografie mai andate in scena prima di questa stagione all’ Opera di Roma, dedicate alla memoria della grande Elisabetta Terabust scomparsa di recente. Un Corpo di Ballo impegnato in un lavoro senza precedenti è stato messo alla prova di fronte alla possibilità di interrogarsi sull’ illimitato uso della tecnica classica accademica che, con o senza scarpine da punta, va oltre i limiti dell’equilibrio e della flessibilità. Petit Mort, creato da Jiří Kylián, porta nel titolo l’espressione con la quale i francesi indicano l’orgasmo. Nel balletto, basato su due movimenti lenti dai due concerti più famosi di Mozart, con simboli e gesti polisemantici, ritroviamo la grande poeticità di Kylián, estremamente pulito e musicale nei movimenti. La scena si apre su uno spazio silenzioso in cui sei danzatori di schiena camminano indietreggiando verso il proscenio sollevando un fioretto, simbolo di autorità, potere e sesso maschile ma anche simbolo massonico dell’Androgino, essendo formata dall’unione della lama – maschile – con l’elsa – femminile. L’Androgino è la rappresentazione dell’unità, della sintesi, della completezza, della perfezione fra uomo e donna che si uniscono non solo sessualmente ma anche spiritualmente.
Perfetti infatti sono i movimenti estremamente puliti e musicali di Petit Mort che rimandano ad un continuo contatto fisico tra le coppie con una danza sensuale ed elegante in un ritmo ascendente d’ unione dei corpi non solo carnale ma anche spirituale. Una coreografia arricchita anche da sorprese visive come l’enorme drappeggio di stoffa nero che gli uomini in corsa dispiegano lasciando spazio alle donne spogliate dai loro abiti barocchi di cui rimangono solo manichini lasciati scivolare sulla scena. A seguire Walking Mad di John Inger, in cui il tema della sessualità di coppia è trattato in modo molto emozionante tra riso e lacrime. Humor e sessualità, addosso, dietro, sopra e intorno ad un “muro” che diventa protagonista principale del balletto. Sulla musica del Bolero di Ravel, Inger costruisce una complessa dinamica di movimenti sui quali si dispiegano emozioni affidando tutto all’ elemento scenico cioè il muro che, mosso da nove danzatori, trasforma di continuo lo spazio modulando, di conseguenza, anche le danze dei soli, dei duetti e degli ensemble. Difficile dire se in Walking Mad Inger sia astratto o meno rispetto al suo maestro Kylián ma entrambi, non narrativi, si affidano al simbolo. Il muro è evocativo, simbolo delle barriere che si possono innalzare nelle relazioni umane. Un ostacolo che tuttavia si può trasformare a volte in opportunità poiché da quel muro si aprono delle porte. Qui è la donna ad essere messa in primo piano rispetto alla coppia, prima giovane e curiosa della vita, poi in un angolo del muro nella solitudine tra gli uomini poi matura e forte nelle decisioni importanti come in quella di interrompere un legame ormai doloroso e lacerante. Il muro è quindi un co-protagonista che si apre, cade a terra, indietreggia, si chiude formando angoli o si trasforma in pedana. I danzatori si incontrano, danzano e si allontanano, continuamente. Ogni movimento ne origina un altro e nel contatto i due corpi sembrano essere un tutt’ uno. Un unico corpo attraversato da una corrente di leggera energia. Una danza estremamente fluida quella di Inger, ereditata dal lungo lavoro con Kylián al Nederlands Dans Theater. Ricordiamo a tale proposito che Inger nel 1991 danzava nel cast originale di Petit Mort, ma è soprattutto la lezione di Mats Ek, suo conterraneo, a fare da firma alla danza di Walking Mad. Una danza che attinge più dal codice della modern che dal classico; energica, ancorata al suolo e molto teatrale. Completa lo straordinario trittico Artifact Suite su musiche J. S. Bach, di William Forsythe che firma anche le scene le luci e i costumi. Artifact Suite è diviso in due parti e deve la sua grandiosità non solo alla danza ma anche al particolare l’utilizzo che Forsythe fa delle luci sulla scena. I danzatori eseguono la coreografia al buio illuminati dalla poca luce creata invece per gli spazi vuoti. Un’ opera prevalentemente teatrale dove i danzatori eseguono passi in uno spazio anti-teatrale. Forsythe, considerato prosecutore di Balancine, fa un lavoro concettuale della danza. Attinge dal codice classico, riscattando anche le “punte”, e crea una danza in cui squilibri e sbilanciamenti sono fattori fondamentali. Un classico spigoloso che comunica “ansia”. Anti- naturalista, della coppia potremmo dire che voglia comunicarci le anaffettività, l’incapacità cioè di stabilire relazioni affettive e di esprimere le proprie emozioni. Non a caso il titolo stesso rimanda a qualcosa di non naturale, di artificioso, manierato, adulterato. Nella prima parte è in risalto il lavoro di coppia nella penombra della scena mentre il coro dei danzatori è marginale ai lati o sul fondo del palco, il tempo scenico è dettato oltre che dalla partitura anche da ripetute chiusure del sipario che scendendo rapidamente dall’ alto interrompe drasticamente la visione dello spettatore lasciando lo spettatore nell’ immaginazione di cosa stia continuando ad accadere sul palcoscenico. Nella seconda parte è invece il corpo di ballo impegnato in sequenze ripetute di esercizi tecnici, camminate e battute di mani. Kylián, Inger, Forsythe è stata una sfida, tra i danzatori e lo stile neoclassico e moderno di tre autori tra i più grandi del nostro tempo che ha prodotto un risultato a dir poco straordinario! Eccezionali le performance dei danzatori dell’Teatro dell’Opera di Roma che sembravano usciti dalle scuole dei coreografi. Il merito va anche ai maestri ripetitori Cora Bos-Kroese per Petit Mort, Yvan Dubreuil e Karl Inger per Walkin Mad, Noah Gelber, Stefanie Arndt, Amy Raymond e Allison Brown per Artifact Suite. Essi hanno guidato il Corpo di Ballo, spingendo i danzatori oltre i loro limiti e ottenendo un eccellente risultato. Il primo ballerino Alessio Rezza parla di una serata molto speciale con tre coreografi davvero geniali. << … grande è la poeticità di Kylián in “Petit Mort” egli è estremamente pulito e musicale, si cerca di eseguirlo pulito senza una minima sbavatura non solo nelle braccia ma anche nei piedi ai quali si cerca di far fare il minimo dei movimenti per avere il massimo dell’effetto. In “Artifact” di Forsythe ad esempio i passi a due sono come se ci fosse una sola persona che danza insieme all’ altra, in un unico momento danzano due come se fosse una sola persona… Johan Inger che ha coreografato “Walking Mad” ha danzato anche nella creazione di “Petit Mort “e quindi è comunque un’evoluzione creativa, avendo danzato per tanti anni nella compagnia di Kylián ha messo il suo tocco ancora più innovativo, più libero…>>.

Una serata speciale che ha fatto onore al teatro dell’Opera di Roma, in particolare alla direzione artistica del Balletto. Che dire, nonostante il clima di incertezze e sconforti in cui la nostra danza riversa da qualche tempo, il Teatro romano non perde d’occhio la programmazione di alto livello.

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