Marco Cantalupo

Marco Cantalupo, danzatore, coreografo e fondatore insieme a Katarzyna Gdaniec, sua compagna nella vita e nel lavoro, della Compagnie Linga.
Una compagnia che in 25 anni di attività si è imposta sulla scena internazionale per il continuo lavoro di ricerca coreografica e una produzione di qualità attenta ai temi sociali più attuali.

La sua formazione è abbastanza atipica. Inizia con gli studi circensi per poi entrare alla scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano e da li all’Opera di Amburgo dove si diploma nel 1983…
Quella circense è stata più un’introduzione che una grande formazione. Ho iniziato con alcuni corsi da Quelli di Grock a Milano e da li sono “caduto” nella danza. Sono arrivato in Scala perché all’epoca non c’erano molte alternative; oltre alla formazione riconosciuta e alle compagnie istituzionali non c’erano grandi possibilità.
Lo stesso accadeva una volta usciti dalla formazione. Di interessante c’era il Nederland, Nacho Duato e pochi altri; mancavano tutta l’indipendenza e il mondo del contemporaneo, ancora in embrione. La Scala è stata quindi un passaggio obbligato. Anche mia sorella (Paola Cantalupo Direttrice Artistica e Pedagogica dell’Ecole Supérieure de Danse de Cannes-Mougins Rosella Hightower ndr) era passata di li, anche se questo fino ai 16 anni è stato probabilmente un deterrente! Ma poi il desiderio della scena si è manifestato, così come la voglia di trovare un percorso differente in cui incanalare quel moto di ribellione all’ordine stabilito che è comune a molti adolescenti. Sentivo di non volermi inquadrare in una strada già segnata e la scena, il teatro, l’espressione artistica mi sono sembrati una buona scelta.
Dopo la breve esperienza scaligera sono arrivato ad Amburgo, dove ho trovato una formazione ben più dura con lezioni durante l’arco dell’intera giornata con tante discipline, corsi di improvvisazione, repertorio, contemporaneo, moderno, barocco, tecnica Limón. Quelli erano i primi anni di scuola di Neumeier, che dava ancora lezioni di composizione coreografica. E poi c’era il legame profondo con una grande compagnia. Oggi la scuola è stata esternalizzata ma all’epoca condividevamo gli stessi spazi e c’era un legame molto profondo. Tra l’altro io sono arrivato ad Amburgo a 18 anni ed ho iniziato sin da subito a ballare in compagnia.
Nonostante sia stata un’esperienza indimenticabile ho capito anche li, come del resto era successo a Milano, che l’Istituzione non era il posto per me…

Dagli studi circensi a quelli accademici la stessa “curiosità” ha caratterizzato anche la sua vita lavorativa. Ha collaborato, tra gli altri, con l’Opera di Amburgo, con Daniel Ezralow, con il Ballet du XX siécle di Béjart.
Sono dell’idea che la danza debba essere espressione di un tutto, non di una tecnica che in fondo si rifà a dei modelli passati, anche se fisicamente la tecnica classica ha un valore innegabile nella costruzione della conoscenza del corpo. L’ambiente classico però si riferisce ad un mondo passato, dove la gerarchia è talmente piramidale che è difficile trovare il proprio posto. La differenza principale tra il classico e il contemporaneo è questa: nel contemporaneo l’artista è al centro del proposito mentre nel classico c’è un solo ideale da raggiungere. Nel contemporaneo è più semplice trovare il proprio spazio di espressione anche utilizzando una commistione di linguaggi e tecniche. Questo è quello che facciamo, ovviamente animati sempre da una grande curiosità.

Dopo tanto peregrinare in giro per il mondo come è approdato in Svizzera?
Come spesso accade nella vita semplicemente per caso. Mi ero infortunato ed ero in convalescenza a Montecarlo, dove mi hanno detto che cercavano danzatori a Berna. A Berna ho saputo che cercavano qualcuno alla Compagnia di Béjart e sono arrivato a Losanna. Non era uno dei miei obiettivi, soprattutto all’epoca, ma mi sono detto che per rimettermi in forma andava bene. Con Béjart sono rimasto solo una stagione, proprio l’anno in cui ci furono grandi cambiamenti. In compagnia da 8 anni c’era anche mia (futura) moglie Katarzyna Gdaniec, che pur avendo un ruolo principale aveva voglia di cambiare e di creare una sua compagnia. Mi ha proposto di seguirla in questo progetto e così nel 1992 è iniziata un’altra avventura…

Com’è lavorare in Svizzera per un artista? E’ un paese che investe in cultura?
E’ sicuramente un Paese che investe ancora nella cultura, malgrado la crisi si senta anche qui. Nonostante questo si è tentato di non diminuire le sovvenzioni alla cultura che continuano ad essere molto consistenti perché c’è un grande interesse per tutte le forme d’arte compresa la danza, merito anche dell’arrivo di Béjart 30 anni fa che ha dato un fortissimo impulso soprattutto per lo sviluppo della scena indipendente.
Da qualche anno è stato anche istituito un sistema di istruzione, maturità e due bachelor in danza contemporanea, con il quale collaboriamo regolarmente.
Non è un Paradiso in terra ma c’è sicuramente voglia di investire nella cultura, anche se si tratta sempre di un settore di nicchia.
Ho lavorato in moltissimi Paesi europei, nei balcani, in medio oriente con tournèe, progetti e cooperazioni e ovunque la cultura è riservata ad una cerchia ristretta, ma dove c’è più investimento, come ad esempio nel nord Europa o qui in Svizzera, risulta una buona produzione di spettacoli e anche un numero maggiore di persone interessate. Solo a Losanna ci sono circa 300 prime all’anno in tutti i campi artistici! La Svizzera è un paese aperto, multiculturale, con circa 3 milioni di stranieri immigrati su una popolazione di 8, e dove già di base ci sono 4 gruppi etnici e 4 lingue ufficiali. Se ad una scena così vivace e multietnica aggiungiamo istituzioni che funzionano bene a livello strutturale, organizzativo e di sovvenzioni, iter burocratici piuttosto snelli, e il fatto che alcuni ruoli, ad esempio il ministro della cultura, non sono cariche politiche ma funzionari con i quali è possibile costruire un rapporto diretto e meno formale, appare evidente che fare cultura è meno complesso che altrove. Ma sicuramente le dimensioni ridotte del Paese aiutano…

Linga è, nella religione induista, un simbolo di fertilità. E in effetti vi siete dimostrati una compagnia molto prolifica con all’attivo oltre 50 creazioni.
Si, siamo molto attivi. Abbiamo ogni anno una produzione da serata, ma anche molti progetti paralleli, collaborazioni con altre compagnie, pezzi per i ballet junior. Siamo in residenza al Teatro Octogone, che fa moltissima programmazione danza e dove abbiamo spazi anche per occuparci di formazione.

Qual è la vostra principale fonte di ispirazione?
La vita di tutti i giorni, i problemi sociali, la società stessa sono spesso il nostro punto di partenza. L’altro elemento fondamentale è il corpo che continuiamo ad utilizzare come strumento di ricerca.

Vi sentite cronisti della vostra epoca o semplicemente tentate di offrire al pubblico qualcosa su cui riflettere?
Non abbiamo la pretesa di avere soluzioni. Ci poniamo delle domande sulla società. Troviamo importante affrontare con altri mezzi i temi di cui sentiamo parlare tutti i giorni e di cui abbiamo ormai un tale numero di informazioni che quasi si confondono. Le immagini della tragedia oggi sono così drammaticamente “belle” da far perdere di vista il contenuto. Non sappiamo più se si sta parlando di Damasco, Kabul, Bagdad o Alessandria d’Egitto. Portare in scena quegli stessi argomenti e parlarne utilizzando un linguaggio come quello dell’arte, credo crei quello “sfasamento” che può portare il pubblico a riporsi delle domande. Credo che ogni volta che trattiamo temi sociali come l’immigrazione, la violenza sulle donne o il consumismo portiamo il pubblico ad una riflessione.

Sono ormai 25 anni che ha lasciato l’italia. Come vede, o cosa sa della situazione della danza in particolare contemporanea, nel nostro Paese?
In realtà non ci sono molte realtà italiane che si vedano da queste parti anche perché in quest’area francofona c’è più attenzione per la scena francese e belga. Per cinque anni ho diretto un Festival e attingevo anche all’italia, con un occhio attento alle realtà più interessanti. Ho collaborato con Roberto Zappalà che mi sembra una bella realtà e conosco il lavoro di Virgilio Sieni. In Italia non veniamo spesso, anche se quest’anno torniamo con un tour e saremo al Teatro Vascello di Roma e alla Fonderia 39 di Reggio Emilia.

La compagnia che ha fondato insieme a Katarzyna Gdaniec, sua compagna nella vita e nel lavoro, come si caratterizza nella scena internazionale? Quali sono i suo tratti distintivi?
Il fatto di aver sempre voluto trattare dei temi sociali forti e utilizzando anche altre forme artistiche come la parola, il teatro, l’architettura. Il prossimo anno lavoreremo con un gruppo di musica elettronica e tradizionale dal vivo. Tutto questo senza dimenticare da dove siamo venuti e una ricerca tecnica che ha sempre caratterizzato i nostri intrepreti che provengono da paesi, background e formazioni completamente diversi. Quindi temi forti e interpreti forti.

E cosa cercate in un danzatore?
Che ci faccia vibrare. Semplicemente. Ovviamente in audizione siamo costretti a fare una cernita perché riceviamo centinaia di domande, ma oltre alla tecnica cerchiamo quell’emozione che è la stessa che vogliamo trasmettere al pubblico.

Il vostro è un lavoro creativo in team o ognuno ha un ruolo prestabilito?
Io e Katarzyna siamo parte di un team artistico del quale fanno parte anche altre persone, ognuna con la propria professionalità. Noi siamo il nucleo artistico e concepiamo insieme, ma spesso ci dividiamo nella concretizzazione; dipende dal progetto: io sono più sullo sperimentale, lei sul linguaggio.

Come abbiamo detto lei ha esordito nel circo, Katarzyna è stata campionessa di ginnastica artistica con junior polacca, poi la scuola nazionale a Danzica prima di entrare all’Accademia Vaganova. Questo vostro passato “atletico” quanto influisce ancora oggi sul vostro stile?

Forse si riflette. Certo è sempre stato molto fisico, intenso; con una ricerca che parte dal corpo perché pensiamo che il corpo abbia ancora molte cose da dire. In questo senso collaboriamo con il bachelor svizzero in danza contemporanea: siamo convinti che per conoscere il proprio corpo sia necessario insegnare delle tecniche. Oggi la tecnologia sta soppiantando la tecnica in molti ambiti artistici. Nella danza fortunatamente non si è ancora trovato un programma che metta un ballerino virtuale in scena e ti faccia avere le stesse sensazioni. Ci sono degli ologrammi, o dei motion capture che prendono il movimento e lo trasformano in suono ma non sostituiscono il movimento e soprattutto la relazione che si crea tra danzatore e spettatore, descritta da una bellissima definizione coniata da un ricercatore :“empatia cinestetica”. Lo spettatore entra in vibrazione con un corpo che si muove e si conosce, e questa relazione si crea dal vivo, non può essere sostituita da un programma. E’ questo che cerchiamo di trasmettere ai danzatori nei programmi di formazione, la conoscenza del proprio corpo attraverso la tecnica.

Tabula ©Gert Weigelt

A maggio tornerete in Italia dopo 7 anni di assenza con Tabula, un lavoro del 2015. Dove lo spazio è il tema principe; uno spazio continuamente ridefinito da due enormi tavole. In che modo lo spazio diventa un tema sociale?

Lo spazio oggi ha una grande importanza. Pensavamo che il mondo fosse diventato un paradiso dove nessuno aveva bisogno dello spazio dell’altro, o dell’acqua dell’altro. E invece ci rendiamo conto, drammaticamente, che la gente ha bisogno del nostro spazio, del nostro benessere e che ri-costruiamo dei muri per difenderci, un po’ come nel medioevo. Parliamo di spazio inteso come spazio vitale, dove finisce il mio e inizia quello dell’altro. In questo spettacolo lo spazio è rimodellato continuamente da una scenografia che diventa frontiera, gabbia, muro in modo da riportare in scena le tensioni territoriali tra gruppi sociali. Questo è il tema principale di Tabula: la tensione per lo spazio. Con influenze di iconografia barocca e una scelta delle luci che si ispirano al chiaroscuro caravaggesco e leonardiano.

 

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