Mauro Astolfi. Danzare per eliminare l’inutile.

Sono passati 25 anni da quando Mauro Astolfi è apparso nel panorama tersicoreo italiano, creando quella che oggi è senza dubbio una delle principali compagnie del panorama italiano e internazionale. Un uomo e un coreografo che attraverso una ricerca costante ha compiuto un’evoluzione tale da portarlo a creare un suo proprio, riconosciuto e riconoscibile stile che da oggi ha anche un suo nome proprio. Un amore assoluto per il movimento e per la danza che gli ha fatto capire tante cose, soprattutto le cose inutili della vita.

 

Della tua vita, della tua storia, della tua formazione si è scritto e detto tanto, probabilmente tutto. Ma concentrandoci su quello che hai creato in questi 25 anni di Spellbound cosa e quanto è cambiato dagli esordi ad oggi?

È cambiato tutto il lavoro, la qualità dello stesso, il mio linguaggio è stato riscritto, reinterpretato, ripensato 1000 volte, l’essere partiti da un       progetto di pura sperimentazione in un’epoca dove realmente non esisteva nulla di simile a quello che già Spellbound faceva allora ci ha dato le linee guida di quello che Spellbound sarebbe stata sempre… un progetto mai chiuso e definto nella sua storia e nel suo repertorio, ma una vera spinta in divenire continua. Con l’arrivo di Valentina Marini circa 21 anni fa la compagnia ha istantaneamente assunto un’altra fisionomia. È stata una mente capace di fare quello che normalmente riescono a fare solo le grandi compagnie strutturate, con grandi uffici e tanto personale. Quando noi eravamo veramente piccoli e affamati (lo siamo ancora) è riuscita a far conoscere il lavoro della compagnia, a dargli una reale visibilità e questo è stato il primo vero grande salto. È nata una vera organizzazione e insieme a me è stata un vero deus ex macchina di questa compagnia. Unendo un concept e un lavoro coreografico al suo lavoro e al suo intuito la compagnia ha cominciato una crescita e un’espansione costante. Sapere di essere considerati a livello nazionale ed internazionale come una delle massime espressioni di avanguardia della danza contemporanea ancora adesso sembra incredibile pensando appunto da dove partimmo.

 

Tra i cambiamenti degli ultimi vent’anni c’è anche il nome della compagnia: Spellbound Dance Group prima poi Spellbound Dance Company e nel 2011 Spellbound Contemporary Ballet. Cambiamenti solo nominali o sostanziali?

Tutti sostanziali. Il primo era effettivamente un gruppo di amici che rimaneva in sala anche di notte per il gusto di fare delle cose insieme, per pura passone. Invece di stare al bar stavamo in sala prove. Con il tempo cominciammo a prendere consapevolezza di quello che stavamo diventando, quello che suscitavamo nel pubblico era qualcosa che non ci aspettavamo e che ci diede la spinta a “pensare diversamente”. In quegli anni arrivò il primo finanziamento ministeriale e capimmo che stavamo diventando una compagnia a tutti gli effetti. Dance Company era un termine generico, che soprattutto negli ultimi anni non riusciva a comunicare quello che realmente stava diventando il nostro percorso. Negli anni abbiamo dato vita ad una corrente di pensiero, quasi una sorta di filosofia del movimento che era più pertinente ad un balletto contemporaneo. Perché ho sempre cercato il rigore, insieme alla capacità di essere folli e imprevedibili su un palcoscenico, un’energia apparentemente incontrollata ma gestita invece da un controllo assoluto. In questi ultimi anni vengono offerti contratti a diversi ballerini/performer anche dotati di tecnica classica scarsa o inesistente… fino a quando sarò Direttore di questa compagnia questo non avverrà mai! Contemporary Ballet pensammo fosse la comunicazione più pertinente di una idea di forza tecnica e rigore, unita alla capacità di un corpo libero di esprimersi al di fuori di qualsiasi schema.

 

Quali credi siano i caratteri distintivi della Spellbound?

Di noi hanno spesso scritto e detto che siamo delle macchine in grado di eseguire calcoli pazzeschi, ma di traslarli in processi armonici, altri che Spellbound era un potente computer come in grado di fare migliaia di calcoli al minuto e di ingegnerizzare il corpo attraverso linee di lavoro e accelerazioni contro le leggi della fisica…tutto questo ammetto che mi è sempre piaciuto ma c’è sempre stato dell’altro che non è automatico che possa sempre arrivare a tutti.

Mi ha colpito molto un commento pubblicato in una rivista americana che vedere Spellbound è come “vedere le particelle degli atomi dove non c’è un punto di riferimento, una follia creativa assolutamente organizzata. Una vita in movimento, un moto perpetuo sofisticatissimo, una sofisticata strutturazione e destrutturazione del corpo e delle sue possibilità”. Amai questa definizione ma anche in questo caso alcuni ci descrivevano come delle macchine meravigliose, che di per se non considero perché il nostro lavoro ha sempre poggiato le sue basi su una nostra poetica, sicuramente a volte criptica e non immediata, ma tutto quello che esce dalla sala prove è sempre stato il nostro “gesto d’amore” non certo un mero calcolo.  

 

Si parla tanto di questo “stile Astolfi” in cosa consiste?

In primis è il gusto di una danza non lineare. Ho cercato di portare sul palco tanti livelli visivi, di non avere una sola immagine rappresentata ma uno spazio che appunto contenesse tanti altri spazi che potevano rafforzare o indebolire volontariamente questa o quella immagine…molto difficile da spiegare.

Nella danza deve succedere subito qualche altra cosa perché la linearità, l’eccesiva geometricità mi annoia, mi addormenta. Per quanto ben eseguita. Per questo ho iniziato a sviluppare il gusto per una apparente contorsione organizzata, togliere dal corpo tutto quello che potesse essere immaginato e previsto, ma cercare di generare un insieme di tante piccole sorprese in chi guarda. Anche qui non è detto che ci si possa riuscire sempre, ma di certo è sempre stato uno dei miei elementi preferenziali nella costruzione del movimento.

Ho studiato a lungo da spettatore cercando di capire cosa colpiva l’attenzione e analizzando quello che facevo sempre con sguardo molto critico.

L’occhio umano ha bisogno, per goderne, di immagini non centrali ma laterali, già quasi esterne al campo visivo e la prima regola teatrale che capii fu questa: tutto quello che inizia e finisce e permane eccessivamente al centro permette la distrazione.

Puoi avere anche il ballerino migliore del mondo ma se ce l’hai fisso in una posizione a eseguire i suoi virtuosismi dopo un po’ non lo guardi più. Cercare di generare sul palcoscenico un viaggio che non porti dove si pensa possa portarci, come salire su un treno per non sapere dove e quando si fermerà…mi interessa questo tipo di viaggio, mi interessa molto spesso più il viaggio che il luogo di destinazione. Anche in questo caso mi è veramente molto difficile comunicare a parole.

Per questo volevo creare dei livelli multipli sul palcoscenico e nel mio lavoro, c’è sempre stata la sensazione di poter arrivare a creare quasi una quarta dimensione percepibile del corpo umano..

Finalmente questo stile ha un nome e lo dico a voi in anteprima mondiale. Si chiama “Forma Spellbound” è un sistema, perché appunto questa spinta alla creazione sarà sempre in continuo divenire, un’immagine, una definizione di quello che facciamo, del nostro lavoro e il fatto che sia una forma fa capire che in quanto tale può cambiare, modificarsi, riplasmarsi. Non è un metodo non lo sarà mai. FORMA SPELLBOUND sarà una sensazione dove potersi riconoscere, un incontro per affinità, un linguaggio che continuamente cerca di riscrivere e ridefinire parte della propria grammatica. Un libro dove con il passare del tempo alcune pagine si cancellano ed altre si riscrivono, ma il senso del libro, il significato della storia rimane.

Lo “Stile Astolfi” non è una tecnica ma una forma di pensiero applicata al movimento. È una tecnica perché la riconosci nei corpi dei ballerini quando la eseguono, ma non è un metodo che puoi studiare. Chi è interessato al lavoro della compagnia, al mio lavoro di creazione può appunto sperimentare cosa significa FORMA SPELLBOUND nel suo corpo quando, cosa succede quando ti muovi in questo modo.

 

Questo tuo linguaggio gestuale è ormai codificato o è ancora in evoluzione?

Assolutamente in evoluzione. Quello che faccio oggi è completamente diverso da quello che facevo qualche anno fa e sarà diverso da quello che farò domani. Cerco di “riscrivermi” per quello che posso, pur avendo uno “stile” ormai riconoscibile ovunque cerco di guardarmi in continuazione dall’esterno… fondamentalmente mi stanco in pochissimo tempo di guardare le mie cose. Se fosse per me non esisterebbe repertorio, farei ogni anno due produzioni nuove e cancellerei tutto il resto. So che lo storico di una compagnia è importante ma non penso che il movimento possa essere bloccato in un repertorio. La musica sì, ma il movimento è talmente infinito che ho la sensazione, rivedendo lo stesso spettacolo anni dopo, che tutto sia statico, fermo. Posso godere del repertorio di un’altra compagnia ma con il mio faccio fatica. Anche se ovviamente è grazie al repertorio che lavoriamo così tanto in Italia e all’estero.

Ma ogni anno cerco di rinnovare, di ricominciare da capo.

 

Pensi che il corpo possa raccontare tutto?

Ne sono convinto. A parole puoi dire molte cose non vere. Il corpo invece non mente mai, non potrebbe. Personalmente dopo 35 anni di carriera non ho più bisogno di parlare con gli studenti, con i ballerini; li guardo in classe, in sala prove e riesco a capire con facilità come si sentono, cosa provano. Da come camminano, da come si muovono, da come si piegano, non solo quando ballano. Ovviamente devi saper interpretare i segni e questo lo sviluppi solo con il tempo. Tristezza, dolore, gioia, felicità tutto si percepisce dal movimento. Diventi un libro aperto.

 

I danzatori della tua compagnia partecipano alla creazione coreografica?

Non direttamente, nel senso che amo coreografare fine ultimo secondo. È la cosa che amo di più. Ma il materiale creato va nelle loro mani e viene “ricreato” dal loro cuore e dal loro corpo, il risultato è che, in moltissimi casi, la loro reinterpretazione dello stesso supera di gran lunga quello che io avevo pensato.

 

La Spellbound è conosciuta anche per la bravura dei suoi ballerini. Il 20 gennaio prossimo ci sarà una audizione. Cosa cerchi in un danzatore?

Devo premettere una cosa. In compagnia sono nove danzatori che fanno il lavoro fisico e mentale di una compagnia di 20 elementi. Cerco un ballerino che abbia la disponibilità, la voglia, il desiderio di portare il suo corpo al limite. E già questo seleziona fortemente. Mi rifaccio ad una frase di Forsythe che ho fatto mia. Quando gli chiesero che tipo di danzatore cercasse rispose “io non voglio danzatori che vogliono ballare, voglio danzatori che non possono non ballare”. Anche io cerco un danzatore che abbia la necessità di comunicare se stesso attraverso il movimento, che non possa farne a meno, perché il lavoro è talmente intenso da un punto di vista fisico ed emozionale, visti anche i ritmi a volte della compagnia, che devi voler fare nello specifico Spellbound, devi voler ballare con noi. Allora con quel danzatore posso cominciare a lavorare. È ovvio che ci siano delle qualità tecniche indispensabili, dei corpi che devono poter lavorare in un certo modo, ma ho lavorato benissimo con gente acerba che sentiva di voler esprimere se stesso non attraverso la danza in generale, una qualsiasi danza per bella ed importante che avesse potuto essere …ma un danzatore che voleva proprio danzare cosa si faceva in Spellbound.

 

E tutto questo riesci a vederlo durante un’audizione?

Non sempre, e infatti adesso le modalità di audizione sono cambiate. Chi viene scelto in audizione ha l’opzione per tre mesi con noi, lavora con compagnia, viene in sala prove, frequenta tutte le lezioni, impara frammenti del repertorio della compagnia e fa parte di una sorta di secondo cast. Dopo tre mesi si decide se è il caso di andare avanti o meno, se può rimanere o no. Non facciamo più assegnazione secca in nessuna audizione. Abbiamo bisogno di entrare in una comunicazione più profonda con chiunque potrebbe lavorare con noi.

 

Quali sono gli spettacoli che in Italia hanno riscontrato il maggior plauso del pubblico?

Carmina Burana che è arrivato a circa 270 repliche, Quattro Stagioni e una delle ultime creazioni Rossini Ouvertures. Sono le produzioni indubbiamente di maggior successo anche perché questi spettacoli sono stati pensati appositamente per il pubblico, sono più godibili anche a livello musicale. Effettivamente quello che è più nelle mie corde, le produzioni che trovo più interessanti sono quelle che magari piacciono ad un pubblico più ristretto, un pubblico fatto di amatori, di conoscitori, di danzatori etc, ma è importante anche avere un lavoro che possa avvicinare il grande pubblico al mondo Spellbound.
La Spellbound è sicuramente una compagnia d’autore ma ci sono state anche collaborazioni prestigiose per esempio con Daniel Ezralove, Sang Jijia e Dunja Jocic. È un aspetto interessante e molto importante che vorremmo ampliare. Ci stiamo organizzando per arrivare ad avere sempre più collaborazioni con altri artisti.

 

Sei notoriamente un vero appassionato di tecnologia. Questa tecnologia entra nella tua creazione coreografica?

Al momento no. Il corpo per me è la massima invenzione tecnologia di tutti i tempi. Tutto quello che è stato creato è concepito in modo analogico al funzionamento del corpo umano.

 

Sei uno dei pochi coreografi italiani che può vantare delle importanti collaborazioni internazionali. L’ultima il 31 ottobre in Colombia dove ha debutato Alice in the Mysterius house, creazione commissionata dal Teatro Municipal di Cali per Icol Ballet

Questa nuova creazione è stata commissionata dallo stesso Direttore che quattro mesi prima mi commissionò una creazione al Teatro dell’Opera di Magdeburg, Gonzalo Galguera conosciuto durante il concorso DanzaSì. È stato un lavoro legato molto alla storia di Garcia Marquez che parlava del realismo magico della Colombia, di questo aspetto della vita vera, autentica che c’è ancora adesso e che mi ha scioccato vivere personalmente. Pensa che ai semafori c’è gente che ti vende le cose che hanno cucinato a casa per pranzo. Galguera mi ha chiesto un lavoro che fosse fortemente radicato in questa cultura di stenti, di difficoltà ma altrettanto ricca di profonda passione, di unità e di solidarietà tra persone schiacciate da una grande povertà ma che parallelamente fosse evasivo e ho pensato subito ad Alice nel paese delle meraviglie. Un’ Alice che vive la vita di tutti i giorni, che ad un certo punto entra dentro la sua casa e non trova più niente; niente mobili, nessuna delle sue cose, solo delle atmosfere strane. In realtà sono tutte le sue paure, le sue angosce, la sua povertà ma anche i suoi sogni, le sue speranze che in qualche modo hanno preso forma, si sono umanizzate, trasformandosi in creature. Comprende con chi ha a che fare solo in un secondo momento quando ha praticamente incontrato tutta la sua vita, le sue proiezioni e capisce che la sua casa era popolata da esseri che aveva creato lei stessa. Lo spettacolo finisce quando Alice si innamora di un pupazzo gigantesco che è l’unica cosa pura e pulita che abbia mai conosciuto e quando scappano fisicamente via dal teatro per uscire in strada. E mentre fuggono via sul palco cala un maxischermo dove si vedono loro due in strada finalmente liberi e felici.

Credo che Alice riesca a dare un po’ di evasione a persone che vivono in una condizione che non possiamo neanche immaginare. Diciamo che a volte diventare un po’ Alice e crearsi un mondo parallelo può essere un ottimo modo per evadere dalla tristezza.

Lo spettacolo è stato rappresentato durante la biennale di Cali che è il festival più importante in Colombia con ospiti quali Preljocaj, Forsythe e grandissime compagnie proveniennti da tutto il mondo, ed è stato un grandissimo successo. Abbiamo ricevuto tantissimi complimenti soprattutto dal Direttore della Biennale che ha detto che è la cose più belle vista in tutte le biennali. Insomma meglio di così non poteva andare!

 

Com’è lavorare all’estero rispetto lavorare in Italia?

Sicuramente più gratificante per il fatto che c’è più interesse sia del pubblico che delle istituzioni. La danza è vista come una forma d’arte da salvaguardare e non c’è un teatro che sia vuoto. Non ho girato tutti i teatri del mondo ma in tutti quelli dove ho lavorato o dove sono andato come spettatore era sempre tutto sold out. Perché all’estero la gente è abituata ad andare a teatro. C’è un fermento, una partecipazione, un interesse completamente diverso. Non a caso qui da noi i teatri chiudono.

Sono 8 anni che ho intensificato la mia personale attività coreografica all’estero. Solo negli ultimi tempi ho lavorato a Philadelphia, a Chicago, a Budapest e in varie compagnie in Germania. Nell’ Aprile scorso ero a Tel Aviv dove ho creato per l’ Israel Ballet un pezzo su Edith Piaf, mentre un mese dopo a maggio ero al Teatro dell’Opera di Magdeburg per una creazione dal titolo “Still in love” ambientata di un ospedale dove le persone rendendosi conto di non avere ormai nulla da perdere riuscivano a sviluppare i veri amori, le vere relazioni.

 

Credi che oggi ci sia ancora una reale sperimentazione?

Viviamo nell’epoca di Vimeo e YouTube quindi oggi c’è tanto di tutto. Negli ultimi anni ho visto centinaia di coreografie che non sono altro che spezzettamenti e mescolamenti di cose già viste. I prodotti finali possono anche essere apprezzabili ma non c’è una reale capacità creatività e soprattutto non c’è una reale urgenza di comunicare qualcosa. Questo purtroppo lo riconosco nella maggior parte dei giovani. Sarebbe interessante prendere uno di questi giovani coreografi metterlo in una stanza senza Internet per un mese e vedere cosa tira fuori di suo.

La creatività in quanto tale è appannaggio di pochi, non è un dono elargito a tutti. Del resto quanti Leonardo da Vinci ci sono stati?

Ci sono delle persone veramente capaci ma si contano sulle dita di una mano. La maggioranza sono dei bravissimi rielaboratori, coreografi che semplicemente assemblano, devo dire anche bene, cose già fatte. Quello che poi assolutamente non vedo sono nuovi linguaggi. Delle volte trovo dei bellissimi passaggi, delle cose interessanti. Forse dipende dal fatto che questi giovani vivono in un’epoca in cui molto è stato già fatto e sperimentato. I coreografi della mia generazione, me compreso, si sono trovati a creare in un momento in cui non c’era molto altro.
Ma ci sono anche dei nuovi giovani veramente interessanti. Con quanto esposto prima non voglio assolutamente generalizzare, e tutti speriamo e tifiamo che altra buona danza italiana possa diffondersi nel mondo.

 

Oltre ad essere un grande coreografo sei anche un apprezzato insegnante. Dopo tanti anni cosa tiene vivo il tuo interesse per l’insegnamento?

La passione deriva dal fatto che attraverso l’insegnamento e i concorsi ho conosciuto il 90% dei ballerini di Spellbound. Sono grato all’insegnamento soprattutto per questo.
Il grado di conoscenza che hai di una persona negli stage è estremamente maggiore di quella che puoi avere durante un’audizione. E mi stimola sempre vedere e trovare nuovi talenti anche se il livello delle scuole è molto diverso. Non sento l’insegnamento come una vera missione ma mi entusiasma lavorare con delle scuole realmente appassionate e con ragazzi sinceramente motivati.

 

Dal 2016 insegni anche alla scuola di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Come hai affrontato questo nuovo e prestigioso incarico?

All’inizio chiesi alla Direttrice Laura Comi “Ma sei convinta? Sei sicura che vuoi proprio me? Sai quello che faccio?” Ero veramente convinto che sarei durato sei mesi! Soprattutto per la complessità del lavoro che avrei dovuto fare su ragazzi che sapevano ancora poco di un lavoro sul movimento contemporaneo. Invece c’è stato un entusiasmo tale che al saggio finale dello scorso anno abbiamo avuto una sorpresa incredibile e anche i colleghi più classici sono rimasti entusiasti.

Alla fine con i ragazzi, che effettivamente nelle prime due settimane avevano avuto una sorta di rifiuto, si è creata un’alchimia molto bella. Ho fatto un po’ come Robbie Williams nel film “l’attimo fuggente” ho iniziato a fare delle cose folli per farli appassionare, ho cercato di fargli amare cose che erano assolutamente estranee al loro linguaggio corporeo. Pensavo che il contemporaneo sarebbe stato tenuto a margine e invece c’è un reale interesse e grande attenzione soprattutto da parte della direttrice Laura Comi.

 

Cosa pensi di poter dare ad un ragazzo che palesemente studia per diventare un ballerino classico?

Ne parlavo tempo fa con diversi colleghi che ormai ragazzi diplomati dalla scuola della Scala di Milano, come all’Opera di Roma o al San Carlo spesso hanno contratti con grandi compagnie dove il repertorio ha sempre più creazioni di artisti contemporanei. Ormai non ci sono più compagnie che fanno esclusivamente repertorio classico. Anche all’Opera di Parigi quest’anno sono in cartellone creazioni di Hofesh Shechter, Iván Pérez, Crystal Pite, Anne Teresa De Keersmaeker solo per citarne alcuni e una volta era impensabile.. al massimo ci poteva essere un Forsyteh ogni tre anni. Oggi anche le grandi compagnie dichiaratamente classiche hanno nel loro repertorio creazioni contemporanee e quindi è fondamentale per un ballerino classico avere conoscenza e padronanza del doppio linguaggio altrimenti sarà più difficile lavorare con soddisfazione. Finalmente la danza sta diventando una cosa sola.

 

Sei stato anche insegnante della famosa trasmissione Amici di Maria de Filippi? Com’ è stata questa esperienze e cosa ti ha lasciato?

È stata interessante vedere come si fa una trasmissione televisiva…

 

Dal 2009 sei direttore artistico del Dipartimento modern contemporaneo del DAF – Dance Art Faculty, un centro internazionale che rappresenta un avera eccellenza nell’ambito della formazione tersicorea italiana.

Il DAF è nato per caso perché cercavamo una sala prove per la compagnia e quando casualmente siamo arrivati in questo spazio ho subito pensato a come poter creare una sorta di network internazionale. Ricordo che mi misi immediatamente al telefono con una serie di direttori e di coreografi chiedendogli se sarebbero stati disponibili per venire a creare quello che in Italia non era mai esistito, qualora avessimo deciso di intraprendere questa avventura. Ne è nata una macchina che nessuno avrebbe immaginato e il DAF è diventato un punto di riferimento in Europa nel giro di pochissimi anni. Tra l’altro Valentina Marini si occupa di un Dipartimento Esteri che garantisce una serie di scambi con direttori, coreografi e insegnanti che vengono invitati regolarmente. I nostri ragazzi hanno veramente a disposizione un pezzo di mondo. Hanno una finestra aperta su sistema internazionale, dove potersi formare un gusto critico, hanno la possibilità tutti i mesi di lavorare con nuovi direttori, nuovi coreografi che in più creano appositamente per loro e hanno anche la possibilità di entrare direttamente in una compagnia senza neanche passare attraverso un’audizione ufficiale, perché direttamente segnalati ed invitati alla fine di ogni anno accademico. Tutto questo era pura fantascienza quando io avevo la loro età.

Qualsiasi artista invitato qui è libero di fare ciò che vuole. I nostri ospiti sono prevalentemente stranieri ma abbiamo avuto anche delle italiane che reputo tra le poche menti veramente creative: ad esempio Francesca Frassinelli, Alessandra Scalambrino e Annamaria Colombaretti e prossimamente inviteremo tutti gli italiani che reputo più interessanti.

Questo per quanto concerne il dipartimento contemporaneo. Ma il DAF ha anche un ottimo dipartimento di classico nel quale entreranno da gennaio come insegnanti stabili Branko Tesanovic e Fara Grieco che andranno così ad affiancare Cristina Amodio ed Emiliano Piccoli. Oltre a questo i ragazzi studiano hatha yoga, tecniche energetiche, musica classica contemporanea e musica elettronica contemporanea, tecnologie digitali applicate allo spettacolo, cinema e nuovi media

 

Prossimi progetti tuoi e della compagnia?

Personalmente ho in programma una nuova creazione in California per il prossimo autunno e probabilmente una in Germania. Per la compagnia è in programma una grande coproduzione internazionale in Lussemburgo. E poi ci sono tanti progetti di collaborazione internazionali per il DAF.

 

Un sogno nel cassetto?

Stiamo lavorando per fare in modo che al DAF i ragazzi possano trovare un prodotto con il suo ciclo completo dall’inizio alla fine del percorso. Ci stiamo già occupando della loro formazione e dopo il perfezionamento che prevede il triennio del progetto professionale accompagnarli fino all’ingresso nel mondo del lavoro organizzando direttamente qui in sede le audizioni. In parte questo già avviene ogni anno, ma stiamo lavorando per avere sempre più opportunità direttamente in casa.

 

Cosa ti spinge a fare danza?

La danza mi fa fatto capire a quante cose inutili della vita davo peso, valore ed importanza. Mi ha spinto a star lontano dalle persone per me inutili, dalle situazioni inutili. Perché quando fai un lavoro per il quale hai bisogno di un corpo, di una testa e di emozioni che funzionino al 100% ti rendi quanto di quanto tempo, energia uno nella propria vita butta, perde e spreca con cose, persone e situazioni sbagliate.

Potrei dire che danzo e creo per eliminare le cose inutili della mia vita.

 

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