Il Gala Fracci, alla sua quinta edizione andata in scena il 31 gennaio e il 3 febbraio, conferma una formula che funziona: un programma ricco ma non dispersivo, dalla durata giusta, capace di tenere alta l’attenzione senza stancare.
L’idea di Vito Lorusso di introdurre ogni brano con immagini di Carla Fracci impegnata proprio in quel repertorio è una chiave di lettura. Non nostalgia, ma memoria attiva, che dialoga con il presente della compagnia e con gli ospiti.
Il défilé iniziale chiarisce subito il tono della serata. Apparentemente una semplice camminata, in realtà uno dei momenti più esigenti per un danzatore: lì emergono pulizia, controllo, fluidità, eleganza. È un banco di prova silenzioso ma spietato, e proprio per questo perfettamente coerente con lo spirito del Gala.
Da questa sobrietà iniziale si passa a Il Corsaro, dove Martina Arduino colpisce per luminosità e sicurezza scenica; tecnicamente solidi entrambi, ma mentre lei riesce a dare presenza e trasporto al movimento, Mattia Semperboni resta più trattenuto sul piano espressivo, corretto ma emotivamente distante.
Uno dei momenti più attesi e simbolici della serata è senza dubbio Francesca da Rimini, ripreso per la prima volta dopo il 1975. Creato da Mario Pistoni per Carla Fracci e successivamente innestato sulla musica di Čajkovskij. Il passo a due, ispirato al V canto dell'inferno dantesco, torna in scena come atto di responsabilità artistica e di amore verso la storia del balletto italiano. Vittoria Valerio e Nicola Del Freo affrontano questo ritorno con un’intensità palpabile. Lei, dalla figura flessuosa e perfettamente adatta alle prese complesse richieste dalla coreografia, restituisce una Francesca lacerata e ardente; lui è un Paolo tormentato, credibile, emotivamente presente. Dodici minuti densissimi, in cui impeto e sospensione convivono, proprio come raccontava Fracci: una danza che vive tra agitazione inquieta e immobilità carica di senso.
Con La Bella Addormentata si torna al grande repertorio classico. Qualche incertezza iniziale non intacca però la prova di Alice Mariani, che conquista per una camminata bellissima, fluida, regale. Di grande pulizia, stile e musicalità. Navrin Turnbull, fresco di nomina a primo ballerino, appare invece quasi preoccupato, meno rifinito in alcuni passaggi, ma resta comunque un principe credibile, presente scenicamente.
Il clima cambia radicalmente con Giselle di Akram Khan, presentata per la prima volta alla Scala: un estratto che riesce, in pochi minuti, a rapire completamente lo spettatore. Camilla Cerulli, solista davvero molto promettente, offre un curù splendido e braccia leggerissime, eteree, ben affiancata da Marco Agostino; il passo a due è carico di pathos, immersivo, sostenuto da una musica toccante e da un’atmosfera rarefatta. Qui si coglie perfettamente una delle sfide più grandi di un gala: conquistare il pubblico in uno spazio temporale ridotto. Missione riuscita, senza dubbio.
Onegin riporta al centro la narrazione psicologica: la frenesia dello scrivere la lettera d’amore prende forma in una lettura intensa e ben calibrata di Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, credibili in un amore giovane, fresco, totalizzante.
Subito dopo, Don Chisciotte con Marianela Núñez e Patricio Revé è pura lezione di stile: pazzeschi nella loro misura, eleganti, raffinati. Núñez sceglie la via della semplicità (fouettés tutti singoli) dimostrando che non serve l’eccesso virtuosistico quando si possiedono gioia, controllo e una naturalezza disarmante. Trasmettono serenità, facilità, il piacere autentico del danzare.
A chiudere la serata, l’immortale Boléro di Maurice Béjart. Un brano che non ha bisogno di presentazioni, costruito sull’ossessivo crescendo di Ravel, essenziale nella struttura e potentissimo nell’impatto. Il tavolo rosso al centro, il solista che catalizza lo sguardo, il gruppo maschile che progressivamente si unisce al rito collettivo. Roberto Bolle conferma una presenza scenica magnetica, assoluta. Béjart elimina ogni riferimento narrativo o folklorico per concentrarsi su ritmo e desiderio: il corpo diventa percussione, il gruppo un organismo unico che cresce e si lascia travolgere dalla musica. Ogni gesto è necessario, ogni accento musicale trova una risposta fisica, in un ascolto reciproco che è la vera forza del pezzo.
Ottima l’orchestra, guidata con precisione e sensibilità da Kevin Rhodes, elemento fondamentale nel dare respiro e continuità ad una serata così articolata.
Nel complesso, un Gala che riesce ad essere celebrativo con misura, capace di tenere insieme tradizione e presente, memoria e sguardo contemporaneo. Un omaggio a Carla Fracci che non si limita a ricordarla, ma prova, con sensibilità e rispetto, a far vivere la sua eredità sul palcoscenico di oggi.