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Il Ratto delle Sabine a Rieti

> Susanna Salvi profeta in patria e la vincente sinergia tra Istituzioni e Privati

Critica Spettacoli
Luogo
Teatro Flavio Vespasiano
Rieti (RI)
Quando
31/05/2026
Genere
Danza Classica
Monica Ratti
Monica Ratti


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C’è un momento in cui il mito smette di essere polvere sui libri di storia e si fa carne, muscolo e respiro. È quanto accaduto al Teatro Comunale “Flavio Vespasiano” di Rieti, dove ha debuttato in prima assoluta Il Ratto delle Sabine, un'operazione culturale e artistica che merita un'attenta disamina non solo per l’esito scenico, ma per la virtuosa politica teatrale che la sottende.

In un panorama coreutico nazionale che spesso fatica a fare rete, spicca la lucida progettualità di Paola Sorressa direttrice artistica di Mandala Dance Company e del co-direttore artistico dell'evento Gianluca Bocchino. La loro intuizione di collaborare con un ente lirico di primaria importanza, attingendo ai talenti del Corpo di Ballo del Teatro dell'Opera di Roma, si è rivelata una carta vincente. Un’operazione resa possibile grazie all'apertura e alla lungimiranza del Sovrintendente Francesco Giambrone e della Direttrice del ballo Eleonora Abbagnato.

Ben vengano queste sinergie. Non possiamo ignorare, peraltro, un dato di fatto: ancora oggi la programmazione dei balletti all'interno degli enti lirici risulta piuttosto esigua. Da qui nasce l'urgenza vitale di creare per i danzatori altre opportunità, affinché possano mantenersi sempre attivi sul palcoscenico e misurarsi con linguaggi coreografici nuovi. Il corpo di un ballerino non può e non deve fossilizzarsi; ha bisogno di essere costantemente plasmato, sfidato e nutrito. Lo stimolo irrinunciabile di andare in scena resta il carburante fondamentale per la crescita artistica di ogni interprete.

Inoltre, questa formula offre agli artisti del corpo di ballo romano, la preziosa occasione di uscire dal consueto perimetro istituzionale per calcare i palcoscenici dei teatri delle città di provincia. Un decentramento virtuoso che permette di avvicinare la grande danza a un pubblico che  talvolta non ha la possibilità materiale o la consuetudine di raggiungere Roma.

Al centro di questo progetto brilla Susanna Salvi, reatina di nascita e orgoglio cittadino. Valorizzare la figura della sua étoile non è stato solo un doveroso omaggio del Comune (inserito nel più ampio respiro de L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026), ma una potente occasione per accendere un faro sull'arte tersicorea stessa, stringendo un legame profondo con la comunità.

Nel ruolo di Ersilia, Salvi ha dimostrato ancora una volta la sua intensità interpretativa. Al suo fianco, un eccellente Giacomo Castellana nei panni di Romolo. Insieme, i due protagonisti hanno saputo catturare emotivamente il pubblico e dare profondità al lavoro del giovane coreografo Giovanni Castelli. La struttura di Castelli si è rivelata ben pensata e sapientemente articolata. Il coreografo ha lavorato sulle peculiarità di ogni singolo interprete dell’ensemble, esaltandone le qualità sia tecniche che interpretative. Un plauso va anche alla drammaturgia: la storia è finalmente leggibile. In un'epoca in cui una certa danza contemporanea si compiace nel lasciare tutto su un piano troppo astratto e concettuale, questo lavoro sceglie la via della chiarezza, spostando il focus dal gesto violento del ratto al potere trasformativo delle donne.

A incorniciare l'azione, l'allestimento curato dai talenti del progetto Fabbrica – Young Artist Program dell'Opera di Roma. Le scene e i costumi (di Sofia Sciamanna e Virginia Blini) brillano per sobrietà ed eleganza, impreziositi da un guizzo visivo di grande impatto: l'elemento scenografico centrale, concepito come una vera e propria installazione artistica, rappresenta la creazione, nello specifico incarna il simbolo della Roma che nasce, ovvero la prima pietra. Una nota di sollievo arriva anche dal fronte musicale. La scelta della partitura — un collage tra Philip Glass, Max Richter e Byron Metcalf — ha il grande pregio di non ammorbare il pubblico. Troppo spesso assistiamo a spettacoli contemporanei mortificati da ricerche musicali criptiche e ostiche; qui i mondi sonori accompagnano il gesto, creando un paesaggio emotivo che avvolge e rassicura lo spettatore.

Ma il vero colpo di genio del coreografo si svela in chiusura. Dopo aver navigato le tensioni drammatiche, lo spettacolo ci regala un finale decisamente pop, portando in scena una sferzata inaspettata di glamour. Si trasforma in un inno alla gioia, a una condivisione emotiva che ha infranto la quarta parete, contagiando la platea e portando il pubblico a danzare quasi dal proprio posto.

Non si tratta di un banale divertissement, ma della sintesi perfetta del senso profondo del Ratto delle Sabine: da un'azione di forza, da uno scontro brutale tra popoli, si arriva a una coalizione, a un progetto di vita condiviso. Ed è qui che l'arte si fa specchio della realtà. Questo finale unificante è la metafora perfetta del progetto stesso: un'alleanza concepita tra due città (Rieti e L'Aquila) e l'unione virtuosa tra una compagnia privata e un'istituzione lirica pubblica. Un modo intelligente e vibrante di farci riflettere, attraverso un'opera coreutica, sulle infinite e meravigliose possibilità della collaborazione.




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