Prosegue con "Medusa: Il Canto dei Serpenti" la ricerca di Francesco Posa nel territorio della videodanza. Un nuovo progetto nel quale la scrittura coreografica incontra la parola e l’immagine cinematografica per attraversare, con uno sguardo contemporaneo, uno dei miti più stratificati e perturbanti dell’immaginario occidentale. Protagoniste sono Stefania Ballone e Maria Celeste Losa, danzatrici del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, rispettivamente nei ruoli di Medusa e Atena; alla regia Filippo Cerra, mentre la voce dell’Aedo è affidata all’attore Enzo Curcurù. Nel percorso artistico di Francesco Posa, il rapporto fra danza e immagine occupa ormai uno spazio riconoscibile e articolato. Dopo precedenti esperienze nelle quali la coreografia si è confrontata con la memoria, la letteratura, la musica, la storia e l’immaginario simbolico, il coreografo torna a misurarsi con la videodanza attraverso una figura che appartiene alla memoria più profonda della cultura occidentale: Medusa.
Non per raccontarne ancora una volta la leggenda, ma per provare a guardarla da un’altra prospettiva. "Medusa: Il Canto dei Serpenti" nasce infatti da una domanda che precede il mito stesso: chi era la donna prima che la storia la trasformasse in mostro? Dietro il volto della Gorgone, dietro lo sguardo capace di pietrificare e la chioma di serpenti divenuta nei secoli una delle immagini più potenti della paura, il progetto cerca una figura umana. Un corpo attraversato dalla devozione, dal desiderio, dalla violenza del potere, dalla colpa e dalla trasformazione.
È in questa distanza fra la leggenda tramandata e ciò che quella stessa leggenda potrebbe aver cancellato che si colloca il nucleo della nuova creazione. La cornice scelta per il progetto è Villa del Bono, a Cremella, luogo nel quale la dimensione architettonica e quella naturale diventano parte integrante dell’immaginario. È qui che il mito viene sottratto alla sua lontananza archeologica e riportato dentro uno spazio concreto, abitato dai corpi e attraversato dalla macchina da presa. A dare corpo a Medusa è Stefania Ballone, danzatrice del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. La sua interpretazione segue una parabola che dalla disciplina conduce alla frattura, dall’obbedienza alla consapevolezza. Il corpo inizialmente sottoposto alla ritualità del servizio ad Atena si modifica progressivamente: il gesto si incrina, la compostezza lascia emergere una tensione più profonda, la ribellione diventa il segno di una nuova coscienza. Accanto a lei, Maria Celeste Losa, solista del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, interpreta Atena. La sua presenza si configura come l’altra faccia del mito: una divinità austera, scultorea, espressione di una legge razionale e inflessibile. Il rapporto fra le due figure non è soltanto quello fra vittima e potere, ma diventa un confronto fra due principi: la norma e l’autonomia, la devozione e la libertà, l’ordine e la possibilità di sottrarsi a esso. A fare da filo conduttore alla narrazione è Enzo Curcurù nel ruolo dell’Aedo, figura antica e insieme contemporanea, custode di una memoria che non si limita a tramandare, ma interroga ciò che tramanda. Il testo drammaturgico, ispirato a Esiodo e Ovidio, attraversa la distanza dei secoli per trasformare la materia mitologica in una riflessione sul presente.
«Prima che il suo nome fosse paura, Medusa era carne viva sotto il sole». È una frase che sembra contenere la chiave poetica dell’intero progetto. Prima del simbolo c’è il corpo. Prima della leggenda c’è una donna. Prima della condanna esiste una storia. La coreografia di Posa si sviluppa a partire da questa prospettiva. La danza iniziale, rituale e contenuta, restituisce la dimensione dell’obbedienza e del servizio. Ma l’ordine progressivamente si incrina. Il movimento cambia qualità, la forma si fa più inquieta, il corpo comincia a sottrarsi alla disciplina che lo contiene.
La metamorfosi di Medusa diventa così prima di tutto una metamorfosi del corpo. Ed è proprio il corpo femminile il luogo nel quale il progetto concentra la propria riflessione sulle dinamiche di potere, colpa e trasformazione. Un corpo che non viene utilizzato soltanto per raccontare una vicenda, ma che diventa il luogo stesso del conflitto: fra devozione e autonomia, trauma e riscatto, imposizione e scelta. Al centro di questo percorso vi è anche lo sguardo. La tradizione ha fatto dello sguardo di Medusa una forma di condanna. Chi lo incontra viene pietrificato. Nel lavoro di Posa, invece, quello stesso sguardo sembra progressivamente modificare la propria natura. Da strumento di paura diventa possibilità di interrogazione.
Medusa non è più soltanto colei che viene guardata, giudicata e condannata. È colei che guarda. È un rovesciamento sottile ma decisivo, perché sposta il centro della narrazione: il soggetto del mito non è più soltanto l’immagine che la storia ha consegnato allo sguardo degli altri, ma una presenza capace di restituire quello sguardo e di porre, a sua volta, delle domande. In questa prospettiva, la videodanza diventa il naturale terreno di ricerca del progetto. La regia di Filippo Cerra instaura con la coreografia una relazione nella quale l’immagine non è semplice registrazione del movimento, ma parte della costruzione narrativa. Il corpo può essere osservato nella sua interezza oppure colto nel dettaglio; il gesto può acquistare una diversa intensità attraverso la prossimità dell’immagine; lo spazio scenico può trasformarsi in uno spazio cinematografico.
Danza e cinema non procedono dunque su due piani separati, ma concorrono alla definizione di una medesima scrittura. A costruire l’identità visiva dell’opera contribuiscono inoltre i costumi firmati da Francesca Abbiati, nati dalla collaborazione con NABA, Nuova Accademia di Belle Arti.
L’immaginario non ricerca una ricostruzione filologica dell’antico, ma una dimensione capace di evocare la forza simbolica del mito e, nello stesso tempo, di restituirla a una sensibilità contemporanea. Le musiche di Paolo Buonvino e Amanati completano questo universo, costruendo un paesaggio sonoro nel quale la suggestione ancestrale dialoga con una tensione più vicina alla contemporaneità.
Ogni elemento del progetto sembra così convergere verso una medesima esigenza: togliere a Medusa la distanza rassicurante del mito e riportarla nella concretezza dell’esperienza umana.
È anche una riflessione sul potere della narrazione. Perché ogni mito è, in fondo, una forma di memoria selezionata: racconta qualcosa e ne lascia altro nell’ombra.
Stabilisce chi sarà ricordato, quale sarà la versione dei fatti, quale immagine sopravvivrà al tempo. Posa sceglie di intervenire proprio su questa memoria. Non per sostituire una leggenda con un’altra, ma per aprire una possibilità di ascolto. La voce dell’Aedo, la presenza delle due danzatrici e il linguaggio audiovisivo diventano strumenti attraverso i quali una figura sedimentata nell’immaginario collettivo può tornare a essere corpo, esperienza, coscienza.
In questo senso, "Medusa: Il Canto dei Serpenti" si inserisce coerentemente nel percorso audiovisivo di Francesco Posa, ma ne rinnova anche la materia. Il mito offre al coreografo un terreno nel quale far convergere la sua attenzione per il corpo e per la dimensione simbolica della danza, mentre il cinema permette di amplificare e ridefinire la percezione del gesto. Il progetto, realizzato con il sostegno del Dott. Maurizio Perdicchio e grazie all’ospitalità di Pietro Del Bono, guarda inoltre a una dimensione internazionale e al confronto con i circuiti della videodanza contemporanea.
Ma al di là della sua struttura audiovisiva, della qualità degli interpreti e della complessità delle collaborazioni artistiche, ciò che resta al centro è una domanda semplice e radicale: che cosa accade quando a una figura che la storia ha trasformato in mostro viene restituita la possibilità di essere guardata, prima di tutto, come donna?
La risposta di Posa non passa attraverso la spiegazione. Passa attraverso la danza. Nel corpo di Stefania Ballone, Medusa attraversa la propria metamorfosi; nel corpo di Maria Celeste Losa, Atena incarna la forza dell’ordine; nella voce di Enzo Curcurù, la memoria torna a raccontarsi e a interrogarsi. La regia di Filippo Cerra trasforma questo incontro in immagine, mentre la coreografia ne custodisce la dimensione più intima e fisica. Alla fine, ciò che cambia non è soltanto Medusa. Cambia lo sguardo con cui la osserviamo. La creatura che per secoli ha pietrificato chi osava incontrarla torna a essere un corpo vivo, vulnerabile e consapevole. E il suo sguardo, anziché condannare, sembra chiedere a chi lo sostiene di fermarsi, per un istante, davanti a ciò che il mito aveva nascosto. Forse è proprio in quel momento, quando lo sguardo smette di essere una condanna e diventa una domanda, che Medusa ricomincia a danzare.